Ultra Trail des 4 Massifs a Grenoble, ovvero 169km per 21.000 m di dislivello totale

I racconti di Augusto sono sempre vivaci ed avvincenti, ma questo é anche veramente drammatico. Vi invito a gustarvelo tutto fino in fondo. Grazie Augusto per averci fatto partecipi di fortissime emozioni.

Beh, non tutte le ciambelle riescono col buco giusto.

Però partiamo dall’inizio invece che dalla fine: 19-21 agosto, Ut4M ovvero Ultra Trail des 4 Massifs a Grenoble, ovvero 169km per 21.000 m di dislivello totale, una 100 miglia (abbondanti) che in 4 anni ha catalizzato l’attenzione dei partecipanti grazie a un’organizzazione rigorosa, alla presenza di volontari davvero encomiabili, alla durezza di un percorso contraddistinto da tratti con pendenze assurde per lunghezze che vanno ben oltre la definizione di “strappo”.

I partenti sono 495, i ritirati saranno 202, che come percentuale è decisamente alta.

Sono qui per 3 settimane con la mia famiglia, ogni giorno prima della nostra camminata in montagna (4-5 ore) vado a correre e comincio a capire la zona: niente fonti d’acqua, boschi molto belli perché non scuri come quelli appenninici, fondo buono per il grip, temperature fresche, per quanto io le stia provando dai 1000m in su, mentre il trail ci vedrà scendere ai 300m per 4 volte.

La partenza è alle 7 di mattina, dopo l’ultimo controllo del materiale obbligatorio: il mio zaino pesa circa 6kg tra acqua e cambi, nelle 3 basi vita è possibile inviare altrettante sacche e io ci metto qualche maglia di ricambio e un paio di scarpe, ma è inteso che tutto il materiale da regolamento deve essere portato in permanenza nello zaino.

Da Grenoble al primo picco ci sono 12km per 1800m di dislivello positivo, si scende un attimo e poi altri 5km con 500m, due salite belle ma mai cattive, certo da prendere con pazienza soprattutto per evitare di dover fare poi le discese col freno troppo tirato: in discesa io sono un gatto di marmo, quindi doso le energie per ritrovarle nei tratti dove riesco a corricchiare.

L’ultima salita prima della prima base vita a Vif è più ostica del previsto, ma la giornata è bella, sono in anticipo di circa mezzora, e il morale è alto.

Arrivo al 40km dopo sette ore e un quarto, mi fermo e faccio finalmente una cosa saggia: per due settimane mi sono curato i piedi con una pomata, quindi adesso cambio le calze, asciugo i piedi e mi metto un nuovo strato di pomata.

Riparto dopo 20 minuti, ho bevuto e mangiato (poco): la salita ci porta al vero inizio della gara al 53km, perché finora abbiamo scherzato.

A proposito: mentre salgo vedo un francese che sta aspettando il figlio bevendo una birra, lo guardo con voluttà e lui me la porge.

La scanno e lo ringrazio proponendogli di sposarmi, lui ride e mi indica la moglie che sta arrivando; lo vedrò ancora almeno 5 volte, e ogni volta mi offre da bere ridendo, e facendomi ridere.

La salita adesso è pazzesca, sono 900m in 7km, non tantissimo ma il bosco è impietoso; incontro un italiano che ha appena vomitato e che si sente meglio, facciamo qualche km insieme poi gli dico che devo staccarlo seguendo il mio passo: purtroppo lo rivedrò più avanti, ritirato dopo aver vomitato di nuovo.

Ora sono gran tornanti in un mangia e bevi estenuante, fino alla prima salita pessima al 64km: si parte da La Morte verso il Pas de la Vache, ovvero 980m in soli 5km.

Sono le nove di sera, e mi monta una sensazione positiva in corpo: lascio i miei compagni occasionali e rampo su questo tratto che nel pomeriggio ha costituito il km verticale di una gara a sé, per arrivare in cima dopo un’ora e mezza, trionfante per non aver dovuto mettere la frontale.

Che invece adesso devo indossare, insieme con la giacca in gore-tex: fa buio e freddo e siamo a 2400m, attraverso un pianoro mentre partono poco in là 3 fuochi d’artificio che mi galvanizzano.

Il pianoro è uno spettacolo: appena scollino sopra di me esplode letteralmente una luna piena argentina e splendente, si riflette sui laghi d’altura e la fa da padrona unica e incontrastabile sui sentieri in single-track che conducono mordibi le mie gambe per almeno 4km.

Scendo per poi risalire di nuovo, e infine scendere alla seconda base vita.

La discesa è assassina, sono 1300m di perdita di quota in meno di 5km, gambe che mordono il freno ma almeno terreno non tecnico, terra battuta che si dipana tra curve brusche su tratti rettilinei di non più di 30m di lunghezza, ovvero una prova estrema per tendini, ginocchia e caviglie.

Eccoci a Ruioperoux, entro nella base e lì commetto un errore che si rivelerà (molto probabilmente) determinante: mangio qualcosa e bevo, ma non rinnovo la pomata sui piedi confidando nei trattamenti precedenti.

Mi informano che causa meteo hanno tagliato due ascese, ovvero circa 400m di dislivello positivo, lasciando inalterata la lunghezza; alle due e mezza di sabato mattina, sinceramente, per me è una buona notizia, e mi accingo a affrontare il tratto peggiore dell’intero percorso.

La salita a Arselle è satanica: 1100m di dislivello positivo in 3,5km, ovvero come partire coi piedi in mare e arrivare 100m sopra al passo del Penice, in soli 3,5km.

Io al solito sono senza bastoncini e la pendenza è un calvario; purtroppo questo ha conseguenze negative sulla mia testa, che per un’ora e mezza continua a scagliare maledizioni all’organizzazione: ma come cacchio pensi di inserire al 90km un tratto simile, che senso ha regalare sofferenza pura solo per afflosciare i polmoni e annichilire le gambe? È un sentiero brutto, senza panorami sebbene di notte…spero solo tuttora che fosse l’unico per risalire, altrimenti tanto valeva farcelo fare con le pinne per completare lo scenario di devastazione.

Arrivo su, e il percorso mutato mi fa girovagare per campi sassosi fino a un ristoro alle cinque e mezza del mattino; qui mi stravacco su una branda per 10 minuti, ben attento a non prendere sonno, e attendendo l’alba, che però mi dicono porterà anche a una giornata di pioggia.

Riparto e la crisi procede con me, adesso è discesa semplice ma infinita per più di 25km, di cui ricordo a malapena qualche particolare e la sacca dei sentimenti che man mano si affievolisce, una lampadina giunta a fine vita che mi illumina sempre più fiocamente, fino a rischiare di spegnersi definitivamente.

Su una strada un paio di volontari notano il mio stato e cercano di incoraggiarmi: lui mi conferma che sono in 95° posizione (al che gli chiedo quanti ritirati ci sono, perché non posso essere messo così alto in classifica, cosa di cui peraltro non mi frega nulla) e lei mi dà un’informazione sbagliata per pietà, ma in realtà avrà il potere di uccidermi, mi dice che al prossimo ristoro c’è una salita, “ma per te sarà una passeggiata”.

Invece no, saliamo su strada nel bosco, e non si smette più: arrivo al ristoro più asciutto di un osso, trovando tra l’altro il mio amico francese che mi offre una birra.

Non ho nemmeno la forza di rispondergli, prendo qualcosa e arrivo su strada, dove comincia a piovere a secchiate.

Immaginavo (in quello che ormai è un delirio a occhi aperti) che la terza base vita fosse lì vicino, invece in pianura attraverso sotto l’acqua incessante campi, strade, ancora campi, in una campagna deprimente e senza sbocchi, col fango che ormai mi riempie le scarpe, per almeno 10km, tutti di corsa leggera come mi permettono le mie gambe.

Arrivo finalmente a Saint Nazaire, dove rivedo Silvia, Luca e Pietro, a mezzogiorno.

Sono incazzato come una biscia, ma come diavolo è possibile farci fare certi tratti che farebbero schifo anche in una domenicale delle mie parti?

Al rivedere i miei riacquisto un po’ di lucidità, mangiamo qualcosa (a dire la verità, loro), attendo venti minuti e mi ributto sotto l’acqua.

Inforco la salita e qui sento definitivamente i piedi andarmi via, la pioggia e l’assenza di pomata li stanno cuocendo, piante e dita si stanno rovinando e non ci posso fare assolutamente niente ormai, e mi mancano 40km all’arrivo, un arrivo per cui ho tempo, ma che adesso mi pare irraggiungibile.

Anche perché, mentre salirò per due ore nel bosco infinito, ora ho l’allucinazione che in realtà ho finito, sono arrivato, quest’ultimo circuito è solo per farmi guadagnare punti in più, ma se volessi potrei chiamare Silvia e farmi venire a prendere visto che abitiamo qui vicini.

Tutto quello che ho scritto qui sopra è falso: la gara non è finita e i miei stanno a km di distanza, ma ormai la ragnatela delle illusioni mi ha avviluppato e non mi lascia più andare.

Procedo, ma ogni passo potrebbe essere quello in cui mi fermo; e c’è così tanto fango che davvero faccio due passi avanti e uno indietro, nemmeno con le mani riesco a puntarmi, è un inferno.

E piove forte.

Dai e dai arrivo a un altro ristoro dove incontro Maria Ilaria (che corre nei campionati europei della 24h su strada) e che è a pezzi; decidiamo di andare avanti insieme, io confidando nel suo ritmo leggero ma costante.

Scopriamo (evvai!) che hanno tagliato altri 200m di dislivello positivo, ma il sentiero su pietre e rocce mi rallenta e mi uccide i piedi ulteriormente.

Io ora sono due persone: una, quella che parla con gli altri, è tranquilla e riesce a fare battute, l’altra, quella nella mia testa, continua a essere convinta che la gara E’ FINITA, che può tranquillamente fermarsi, che casa è vicina, che questo è un giro su se stesso senza senso.

È una sensazione assurda, l’unica cosa positiva è che comunque i passi continuano, mentre piove a raffiche e la giornata (la giornata? ma quale giornata?) procede, si alza la nebbia, aumenta il fango, i piedi si aggravano.

A un ristoro metto l’ultimo paio di calze e mi faccio vedere da un dottore: lui mi chiede se riesco a camminare fino alla sua stanza, ma io gli rispondo “altro che camminare, quel che devo fare sono altri 21km di gara!”.

Quello mi risponde che se voglio posso farlo, ma che per lui non è proprio il caso, che non mi ferma come il regolamento gli permetterebbe di fare, ma che non me lo consiglia.

Io vado avanti mentre il buio incombe e tiro fuori la frontale; altri tornanti, salite, discese e siamo all’ultimo ristoro.

È strano, ma qui sento il profumo dell’arrivo, e non era per nulla scontato; c’è l’ultima salita e finalmente vediamo Grenoble, ma a questo punto obbligo Maria Ilaria a andare avanti, io non ce la faccio a tenere il suo ritmo sebbene blando e mi costringo a procedere a piccoli passi sulla discesa, mettendoci un’ora a percorrere 4km, fino alla Bastiglia.

Il sentiero finisce, ora è strada per altri 3km e sbuco in città.

Sto benissimo: stanchezza, sofferenza, allucinazioni, deliri, sono tutti acqua passata mentre seguo correndo (sì, correndo!) la striscia fluorescente tracciata ininterrottamente sull’asfalto per gli ultimi 2km.

Infine l’ultimo barlume di vita: passo davanti a una birreria piena di gente, sono le undici di sabato sera, mi fermo e mi tolgo lo zaino; il rumore cessa e sento molti che si chiedono che cosa sta facendo quell’intrico di fango, zaino, frontale che ricopre uno che pare più morto che vivo.

Entro, vado al bancone e ordino una birra rossa, buonissima.

La deflagro in due sorsate, pago a faccio per uscire.

A quel punto parte nella birreria l’applauso generale e le urla di Bravò, mentre sono commosso e esco ringraziando – MONDIALE!

Riprendo a correre, vedo il gonfiabile ma prima mi fermo dai miei che mi stanno aspettando, li saluto e taglio il traguardo.

Non sento più nulla, ho finito in 40 ore e mezza, sono 93°, secondo italiano a 10 minuti da Maria Ilaria, nel primo 20% della classifica generale.

Sinceramente? Sinceramente non pensavo di farcela, a 40km dall’arrivo stavo troppo male e i pensieri fissi erano molto pericolosi, però non sono riusciti a distogliermi dall’obbiettivo di infilare un passo dopo l’altro, quasi inconsapevolmente anche se mi risulta qui impossibile da descrivere in modo più completo e comprensibile.

Che dire quindi? Che è stata l’ultima di questa lunghezza: magari verrò smentito, ma la sofferenza che provo dopo un tot di ore, soprattutto l’assenza di sensibilità che mi permea il secondo giorno è un motivo (per ora) sufficiente a farmi dire che non ne vale la pena, che proprio non ci sono tagliato.

Sì, vabbé: ma per adesso fatemi godere di questa impresa: ce l’ho fatta.

 

 

A me, a me, a me

una pazzia d’argento

al mio cavallo una pazzia di biada

ah, come hai potuto pensare di cambiarci la strada

che se la morte è soltanto un mare

vedi, mi ci tuffo vestito

ahi, polvere delle mie strade

ah, scintille del mio mare inaridito

come hai potuto pensare di spogliarmi proprio adesso

giro nel mio deserto e fa lo stesso.

 

Io qui vedo l’orizzonte e faccio finta di accettare

le predizioni della scimmia che indovina;

io, tirar di scherma con la grandine, le dame.

Ah, che compagnie infelici

cavalieri di specchi, minestre di radici

dormo nella follia

e tutto il teatro con me.

Ma senti che odore di carta e incenso

da una parte ti dico grazie

e dall’altra continuo solo e senza corpo

a scornarmi con il vento.

P.S. Mercoledì Silvia si è arrabbiata con me: stavo guardando il programma di una 91km 5760m D+ che farò in ottobre…

 

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